Matteo Recchia, volontario presso CAFEMIN, Messico.
Mentre rimuovo i punti di sutura di una ferita, Carmen continua a raccontarmi la sua terribile esperienza durante l’attraversamento della foresta del Darién, una vasta giungla tra Colombia e Panama che molti migranti provenienti dal Sud America sono costretti ad attraversare. È mezzogiorno e nella sua baracca improvvisata di legno e lamiera fa molto caldo, si suda. La ferita, per fortuna, va bene. La saluto e le dico che ci rivedremo nei prossimi giorni e che, se dovesse averne bisogno, sa che può sempre trovare me e lo staff nell’infermeria di CAFEMIN.
Mentre esco da “casa” sua mi scende qualche lacrima. La storia che mi ha appena raccontato è davvero drammatica: parla di violenze e di perdite familiari. Per scappare dal Venezuela e cercare una nuova vita, Carmen e la sua famiglia non ci hanno pensato molto. Probabilmente, se avessero saputo delle innumerevoli disgrazie che li avrebbero colpiti, forse non lo avrebbero fatto… o forse sì. È difficile dare un peso al male, stabilire cosa sia peggio, scegliere cosa fare quando ci si trova in una situazione di crisi.
Fuori mi aspetta Fatima, una collega di Cafemin, mi vede turbato e, forse intuendo il mio stato d’animo, mi riserva un sorriso colmo di comprensione. Mi dice: «Guarda che ti cerca Mario, nel Jardín 1 c’è un bimbo con la febbre alta».
Siamo nel Campamento de Vallejo, una baraccopoli improvvisata, senza bagni né acqua corrente, che sorge ai margini di una ferrovia commerciale. Diverse volte al giorno passa un treno merci carico di materiali pericolosi. Proprio in quel momento il treno sta transitando e siamo costretti a ripararci ai bordi della strada, spalle al muro, per evitare di essere colpiti.
La vita scorre lenta al campamento. Noi di CAFEMIN siamo sempre accolti con affetto e riguardo. È un luogo che gli estranei considerano pericoloso e da evitare, ma io mi sento accolto come a casa. Per me potrebbe essere il luogo più sicuro di Città del Messico.
Finite le nostre visite quotidiane rientriamo a piedi a CAFEMIN. È ora di pranzo, contribuisco volentieri ad aiutare in cucina, si mangia tutti insieme anche con gli ospiti, è una vera comunità.
I colleghi che ho incontrato sono meravigliosi, persone che lavorano duramente e con dedizione, amore e passione, e credono profondamente in ciò che fanno per sostenere nel migliore dei modi i migranti di passaggio.
CAFEMIN è la nostra base operativa: una grande casa dove attualmente sono accolte circa 110 persone, per lo più famiglie migranti con bambini. Qui lavorano assistenti sociali, psicologi, avvocati, maestre, suore volontarie, personale esperto in migrazione e sanitario, anche agli stessi ospiti viene data la possibilità di contribuire e lavorare attivamente nel centro. L’obbiettivo è di supportare le persone a 360 gradi con particolare attenzione alla salute mentale, alle questioni burocratiche legate allo status di rifugiati e di carattere legale per supportare chi è stato vittima di abusi e coercizioni durante il viaggio.
Nel pomeriggio darò una mano in infermeria: dovrebbero arrivare diversi pazienti dal campamento e vorrei che li vedesse meglio Ricardo, un dottore che lavora al centro e mi supporta insieme ad altri colleghi infermieri. Scambio due parole con Patricia e Mario, responsabili dell’area de salud e dell’incidencia, persone meravigliose, esperte e da anni impegnate a CAFEMIN. Quando mi vedono commosso hanno sempre una parola di conforto. Li invidio e li stimo tantissimo, per quello che fanno e per il loro modo di essere: sempre giusti, etici e responsabili, anche in situazioni ai limiti dell’umano. Penso che vorrei essere come loro e che non c’è bisogno di cercare eroi in televisione per trovare ispirazione: i supereroi di CAFEMIN non fanno rumore, ma compiono molto di più di chiunque altro.
Mi fermo un attimo nel grande patio a giocare a palla con i bambini, sono un ospite affascinato, che osserva il miracolo della dedizione quotidiana. Ho 40 anni e sono infermiere da circa metà della mia vita, e questa non è la mia prima esperienza di cooperazione internazionale, di nuovo mi accorgo che non si è mai davvero ‘esperti’ di fronte all’umanità, ogni progetto mi insegna che c’è sempre un nuovo modo, più umano e profondo, di abitare il dolore degli altri.
La giornata si conclude, inizia il mio ritorno verso Coyoacán, verso la casa della gentile signora messicana che mi ospita. Tra metro e bus, il viaggio è lungo, ma è il momento in cui i pensieri prendono forma. Guardando fuori dal finestrino del microbús, la città sembra spaccata in due da una crepa invisibile: una linea netta che divide i quartieri popolari da quelli più agiati. È il segno di quel divario sociale che cresce ovunque, un confine fatto di mondi che si guardano senza toccarsi, dove le distanze sembrano farsi ogni giorno più incolmabili.
Città del Messico è una città meravigliosa, un mosaico incredibile, sa essere accogliente e durissima allo stesso tempo, piena di umanità e di barbarità, segnata da profonde contraddizioni.
Arrivato a casa, trovo la dolce sorpresa di un tamal preparato da Maria Dolores. Una cena veloce, il calore della voce di mia moglie e delle mie figlie al telefono, e finalmente mi lascio andare al benessere del mio letto caldo. Mentre il sonno arriva, mi chiedo dove mi trovo io rispetto a quella crepa. Mi addormento stanco, sapendo che domani è un altro giorno a CAFEMIN, domani c’è un’altra storia da ascoltare al campamento di Vallejo.