Di Aida Demaria
Il 20 gennaio di quest’anno, Donald Trump si insedia per la seconda volta alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo una sola settimana sospende temporaneamente il programma di accoglienza, introducendo un limite annuale di 50’000 rifugiati accolti nel paese. Gli USA diventano velocemente teatro di deportazioni accelerate e campi di detenzione per persone migranti lungo la frontiera. Il suo disegno politico restrittivo prosegue con la revoca di fondi federali destinati a rifugi sicuri per profughi e migranti e l’aumento delle assunzioni di personale per il controllo delle frontiere. Nemmeno le procedure amministrative per l’accesso legale al territorio statunitense sfuggono alle modifiche di Trump: vengono messe in atto nuove tariffe per l’immigrazione e i permessi di soggiorno[1].
Questi importanti cambiamenti nella gestione della migrazione internazionale da parte degli Stati Uniti esercitano ovviamente una forte pressione e un’incidenza negativa anche su quella messa in atto dall’altra parte della frontiera sud. Questo “muro”, che diventa sempre più difficile da oltrepassare, costringe le persone in mobilità umana a riconsiderare i propri progetti per il futuro. Le persone che erano già in viaggio al momento dell’elezione di Trump vedono crearsi davanti ai loro occhi altri ostacoli, senza poter fare molto per superarli. In una situazione di precarietà estrema, le possibilità si restringono e spesso tornare da dove si è scappati diventa l’unica opzione praticabile.
Come le persone migranti, anche le realtà che operano nell’ambito della migrazione si devono adattare continuamente: le legislazioni e le amministrazioni, così come le organizzazioni umanitarie istituzionali o civili. Cambiamenti notevoli e emergenze che anche la Casa de CAFEMIN a Città del Messico ha dovuto affrontare.
Io sono arrivata a CAFEMIN in aprile durante la Settimana Santa e nel corso dei tre mesi successivi ho avuto l’opportunità di osservare dall’interno, come volontaria, le diverse attività promosse da questa organizzazione. In un contesto di continuo cambiamento e adattamento alle nuove politiche migratorie degli Stati Uniti, CAFEMIN ha costantemente prestato grande attenzione alle nuove necessità delle persone in mobilità, con offerte e servizi rinnovati. Con l’aumento dei casi di rimpatrio nei paesi d’origine o di permanenza in Messico, spesso in clandestinità, la gestione dei casi e le relazioni con le istituzioni governative e internazionali si sono conseguentemente trasformate e intensificate.
Anche nella piccola realtà di CAFEMIN si percepiva lo scoraggiamento, la perdita di speranza delle persone in mobilità umana alla ricerca una vita migliore. Durante i tre mesi in cui ho frequentato questa realtà, il cambiamento si faceva evidente anche nei numeri: se a inizio aprile, al momento del mio arrivo, la struttura ospitava più di 150 migranti, a fine luglio, quando sono partita, erano solo una novantina. Le persone che ho incontrato avevano cominciato il loro viaggio molto prima dell’elezione di Trump. Da allora, però, altre hanno smesso di partire dai loro paesi. Ciò che ho sentito come molto forte, nella sua drammatica contraddizione, è stato vedere le persone ospitate scontrarsi con una nuova realtà che non permette loro di proseguire il viaggio, costringendole quindi a rassegnarsi e trovare felicità nel ritorno, nel riunirsi con le loro famiglie dopo un lungo e duro percorso, senza però aver avuto la possibilità di aiutarle come avevano sperato e sognato. Per i migranti e le migranti il cui ritorno al paese d’origine è invece un’ipotesi non contemplabile, l’unica (difficile) sfida che rimane è quella di tentare di costruirsi una nuova vita in Messico, “almeno fino a quando Trump non ci sarà più”.
In questo contesto, l’operato delle organizzazioni come CAFEMIN è tanto importante quanto necessario. Oltre all’accompagnamento amministrativo, a un tetto e un piatto caldo, sono promosse la formazione, la salute fisica e mentale e le fondamentali relazioni sociali. Tutti servizi indispensabili che possono determinare la sopravvivenza di bambine, bambini, adolescenti, donne, uomini e intere famiglie. Le sfide non mancano: politiche troppo spesso ostacolanti o controproducenti, un vicinato talvolta ostile e una situazione in continuo mutamento rendono il lavoro complesso. Ciò malgrado CAFEMIN continua a muoversi con rapidità e dedizione, per rispondere ai bisogni immediati delle persone che accoglie e della realtà che la circonda.